Plausibilità

photonuova

Avevo sempre pensato alla miseria come qualcosa che trovi in fondo al mare. Un sasso piccolo e irraggiungibile. Sarebbero occorsi anni di nuotate nelle acque più profonde per trovarla. Per trovare una miseria così bisogna andarla a cercare, mi dicevo. Non è qualcosa che arriva. Ero convinto di doverne solo stare alla larga: ne riconoscevo l’odore in alcune persone, in alcuni oggetti, in alcune tentazioni. E ne prendevo le distanze. Nonostante tutti i modi in cui la vita, camuffandola in pacchetti dorati, aveva tentato di regalarmela, mi ero sempre tenuto lontano da quei piccoli sassi di miseria. Quella mattina stavo preparando il mio caffè, come tutte le mattine. Il giorno profumava di bianco, il cielo sembrava un vetro opaco, la campagna inglese era ghiacciata, là fuori dalla finestra. Stavamo aspettando che mia madre arrivasse per il brunch della domenica. Annie si stava preparando nel bagno, come faceva tutte le mattine. “Dov’è la tovaglia verde?” “L’ho messa in lavatrice!” Il tostapane annunciò che il pane era pronto. “Devo cucinare delle uova?” “Come vuoi!” “Annie, sbrigati: mia mamma sta arrivando e oggi non ti ho ancora detto la storia“. “Sì, sì. Me la ricordo ancora, comunque”. “Non importa, lo so e lo sai che non possiamo saltare un giorno“. Uscì dal bagno con lo spazzolino in bocca, sfregandosi con forza compulsiva. Sembrava nervosa. “Che importanza ha un giorno, in fondo!” Il latte puzzava. Ha importanza, dissi. Il latte è scaduto, dissi. Vado a comprarlo io, rispose. Aveva uno strano sguardo. No lascia, faccio io. No sul serio, non mi costa nulla. Sicura? “Lo sai che è una battaglia persa, Arthur”. Già.

Indossava la collana di perle. Era austera, con il suo collo lungo e la mascella pronunciata. Indossava le perle nelle occasioni importanti. L’aveva indossate il giorno della discussione della sua tesi di dottorato, il giorno del nostro matrimonio, il giorno che smise di fumare. Le perle erano un segnale. Lo ignorai. Venne lì e mi abbracciò. Ma quello non era solo un abbraccio – ah, dovevo capirlo! Mi stringeva forte, mi chiedeva di usare più forza. Stava disseminando segnali che io scansavo come le buste per terra in entrata. La abbracciai, le accarezzai la testa. Stringimi più forte, non farmi andare via! Non farmi andare via, disse. Che cosa poteva essere più chiaro? Sì, tesoro, sono qui, risposi. Si irritò. “Vado a piedi”, “Ci vorrà troppo, la colazione è pronta, mia mamma sta arrivando. Almeno prendi la bici!”. “Lo sai che è una battaglia persa, Arthur. Perché non sembra entrarti in testa?”. Lo disse con la voce di un’ottava troppo alta, con un tono bisbetico. Come feci a non capire? La sentii prendere le chiavi della macchina prima di uscire. Sorrisi tra me e me, dissi alla porta che sbatteva “Brava, a tra poco!”. Non so se la mia voce la raggiunse. Niente, non ce la facevo: la mia mente cercava cause ed effetti dovunque. “Mi dispiace”, disse da dietro la porta. Mi dispiace. Con quel tono. Ah, avrei dovuto capirlo! Iniziai a leggere la sezione culturale del giornale sorseggiando caffè: un filosofo parlava del tempo. Risi e passai oltre. Quando girai l’ultima pagina del giornale, nessuno era ancora arrivato. Ci pensai su un attimo. In fin dei conti non avevo nulla di cui preoccuparmi. Era molto tempo che la vita non mi riservava più sorprese. Mi affidavo a mia moglie. Ci dicevamo tutto, e lo facevamo onestamente. Io le raccontavo il passato, lei mi raccontava il futuro. Ci piaceva ripeterci con un po’ di ironia che, nonostante la calamità che aveva distorto le nostre esistenze, avremmo vissuto una vita normale. Ne avremmo colto i vantaggi. Nel passato, nel presente, nel futuro. Nel tempo, che per noi non aveva più confini. Richiusi il giornale, diedi un’occhiata all’orologio. Era molto tardi. Troppo tardi. Mia madre non era ancora arrivata. Come d’improvviso mi resi conto che Annie aveva nascosto significato nei suoi movimenti. Saltai giù dalla sedia, giù per le scale, sulla bici. Pedalavo selvaggiamente, non sapevo bene perché. Avevo avuto una sorta di premonizione. Per anni non mi ero più fidato delle mie intuizioni. Ero solito chiedere direttamente ad Annie. E lei oggi non aveva detto niente in particolare, ma io realizzai che non avevo prestato attenzione. Non avevo prestato attenzione a troppe cose. La terra tremò dentro di me. Il piccolo sassolino della miseria non era lontano in fondo al mare, lo vedevo chiaramente nel mio stomaco. Non l’avevo visto, tanto era inghiottito nelle sue più profonde oscurità. Ma ora saliva, saliva come una sbornia, era incontrollabile. Saliva sempre di più mentre pedalavo. Sempre di più mentre mi avvicinavo a quella scena che riuscivo sempre meglio a visualizzare. Saliva mentre mettevo a fuoco la nostra macchina parcheggiata in mezzo alla strada, mentre la vedevo girata in obliquo, mentre sentivo urlare e quelle urla mi facevano andare fuori di testa come un vento fortissimo, gelido, bianco di panico e disperazione. Veniva fuori mentre mi avvicinavo e trovavo mia moglie seduta per terra che teneva in braccio mia madre. Mia madre era rannicchiata come una bambina, sanguinava sulla collana di perle. Annie strillava, strepitava. Ed era brutta, era stonata. Mi dispiace, urlava. Mi dispiace. Mi dispiace. Mi dispiace. Mi sdraiai per terra e vomitai la mia miseria. Sei un’assassina, vomitai. E’ stato un incidente!, gridavano alcuni passanti. Non potevo farci nulla e lo sai, urlava. Assassina!, ripetevo. E’ stato un incidente, continuavano i passanti. Non riuscivo più a sopportarli. Come spiegarlo? Come potevo spiegare la mia rabbia alle persone normali?

Quando, molti anni prima, Annie mi aveva confessato il suo cambiamento, subito avevo pensato scherzasse. “Appena qualcosa diventa presente lo vivo, e quando diventa passato, è già dimenticato”. Mi ero sentito insieme curioso e divertito. “Non riesco a capire come puoi avere questa conversazione se non ti ricordi cosa ti ho appena detto”. “E’ semplice: mi ricordo che cosa sto per dire!” aveva risposto. Pensavo stesse scherzando, non potevo capire. Prendendola in giro, le chiesi di fare delle predizioni. Mi aveva attraversato il pensiero che potessimo farci i soldi, con questa cosa, con lei. Ma Annie era diventata improvvisamente seria. Nessuno avrebbe potuto sapere, mai. Avrebbero pensato che fosse pazza, o non l’avrebbero mai lasciata in pace. “E poi, non conosco il futuro di tutti” aveva aggiunto, “conosco il mio, e quello delle persone che mi gravitano intorno. E’ come nei ricordi. Non ti ricordi il passato delle altre persone. Ti ricordi di che cosa hai fatto esperienza in prima persona o quello che ti è stato raccontato. Come reagiresti se qualche sconosciuto venisse da te a chiederti di dirgli qualcosa del suo passato? Stessa cosa qui. Non sono un oracolo”. “Forse sei diventata pazza”, le ripetevo all’inizio. E poi mi preoccupai seriamente che la fosse diventata per davvero.

Lentamente, però, aveva iniziato a provarmi la sua attendibilità. Qualche campanello anticipato, l’esito di una cena. Iniziai a fidarmi completamente di lei quando un giorno le diedi una lettera. Era il nostro anniversario. L’avevo scritta al lavoro e avevo comprato dei fiori dal chiosco sotto casa. Appena gliela porsi, lei corse nella sua stanza e, prima ancora di aprire la mia lettera, mi disse “Apri prima questa”. Mi sentii indispettito, stava spostando l’attenzione. Tuttavia, obbedii. Non so che espressione avessi addosso in quel momento, ma la fece ridere. Le parole erano esattamente le stesse della mia lettera, cambiava soltanto la calligrafia. Quella era la prova finale. Non c’era altro modo che lei conoscesse il contenuto della lettera che stavo per darle. Da quel momento iniziai a darle completa credibilità. Sono solo proiettata in modo diverso, mi ripeteva. Provavo a prenderla sul serio, le chiedevo ogni momento di dirmi cosa sarebbe successo in quello successivo. “Nella mia testa c’è tutto quello che farò immediatamente. Non è tutto presente insieme. Non so come dire. Non è che quando tu pensi al tuo passato riesci a vederlo tutto. Puoi ricordare certe cose, le cose rilevanti per te in un certo momento. Alcuni tuoi ricordi sono più accurati, altri più sfocati. A volte i tuoi ricordi sono più dettagliati e brillanti, ma molti sono scuri e opachi”. Altre volte mi illuminava sul fatto che a volte ci vengono in mente cose a cui non pensiamo da molto, e che improvvisamente hanno un senso, e danno una narrazione al nostro presente. “Stessa cosa qui” insisteva, “ci sono cose che ricordo sempre del mio futuro, ma poi ogni tanto qualcosa di nuovo viene fuori. Spesso posso anche indovinare il passato, sulla base di quei ricordi futuri, come tu puoi indovinare il futuro sulla base della tua conoscenza passata”. Era come se, gradualmente, la plausibilità di un altro mondo contrario, ma più o meno uguale al mio, si stesse dischiudendo ai miei occhi. Ero curioso. “Quindi conosci la tua morte”. “Tu conosci la tua nascita?” “No” “Stessa cosa qui. Conosci i tuoi primi anni di vita?” “Non molto” “Stessa cosa qui. E’ troppo sfuocato per sapere davvero qualcosa dei miei ultimi giorni o addirittura anni”. Ripeteva che in fondo non c’era poi tanta differenza. Ogni conversazione mi rendeva le cose più chiare, ma era impossibile per me comprendere come fosse viverlo dall’interno. Nemmeno anni di domande e risposte sono riusciti a farmi realizzare che cosa significasse essere lei. “Puoi cambiare il tuo futuro, se non ti piace?” Ricordo che a questa domanda le vennero le occhiaie. “Arthur, io non posso fare nulla per cambiare il futuro. Non posso cambiare le mie azioni. Neanche tu puoi. Io semplicemente mi attengo alle mie memorie – che danno senso alle mie azioni esattamente come il passato dà senso alle tue. A te sembra di scegliere il tuo presente, ma sei condizionato dal tuo passato, e il tuo passato non può cambiare. L’asimmetria è un’illusione, è un’interpretazione che ci consente di andare avanti. Ma non c’è niente da costruire. Passato e futuro sono parti dello stesso tutto. E’ tutto lì, solo da vivere e da interpretare”.

“Volevo solo proteggerti!” urlava, “non c’era bisogno di ferirti, non c’era bisogno di rovinarti la vita!”. Ero esausto. C’ero stato, per Annie, avevamo giurato che saremmo stati onesti, mi ripetevo. Ma là sdraiata per terra c’era mia moglie, che aveva saputo per tutti questi anni che avrebbe messo accidentalmente sotto con la macchina mia madre. Nella mia visione delle cose, quando sai già che farai qualcosa di orribile e non provi a cambiarlo, sei colpevole. Sei un assassino. Disprezzavo Annie, la odiavo. Avrei potuto farle del male. E invece mi alzai, e le lasciai entrambe lì in mezzo alla strada.

Cinque anni sono molto tempo. Non ho idea di che aspetto potrebbe avere adesso. Dipartimento di Psichiatria, dice la facciata. Ho pensato parecchio alla mia miseria, negli ultimi anni. E’ una sorta di guscio morbido di dolore narcisistico. Negli anni, ho ripensato alle mie convinzioni sul mio comportamento innocente. Ho pensato e ripensato alla storia che dicevo ogni giorno ad Annie riguardo il suo passato. Non parlava di fallimenti dolorosi, né di tradimenti, né della sua brutta depressione. Non parlava dell’alcolismo di suo padre, o dell’egoismo di sua sorella. Parlava di una donna coraggiosa, di un amore appassionato, di un’infanzia felice. In fin dei conti, avevo tradito lei esattamente quanto lei aveva tradito me. La verità era brutta e nessuno poteva farci niente. Non c’era stata una narrazione onesta da nessuna delle due parti. Eppure, io l’avevo tradita due volte. L’avevo incolpata e lasciata da sola. “Arthur, lo sai che è una battaglia persa”, mi dirà forse. Chissà. Quel che so, è che la mia vita è solo una sfortunata battaglia persa. La miseria è inevitabilmente radicata dentro di me. E la cosa peggiore, è che non posso dare la colpa a nessuno.

Originariamente pubblicata su I, Science Magazine (London) con il titolo ‘Plausibility’.

Published by silvialazzaris

Italian writer based in the UK.

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