Coronavirus e il lento lockdown inglese

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Articolo pubblicato sul Corriere della Sera, inserto Innovazione. 

Sono isolata nel mio appartamento a Londra dal giorno in cui Boris Johnson ha introdotto le prime blande misure per contrastare la diffusione del Covid-19. Preparatevi a perdere i vostri cari, ha detto, che suona molto come Help yourself, aiutati che Dio ti aiuta. Lavatevi spesso le mani perché le mani se le lava anche il governo. Così, mentre tutti continuavano la propria vita come se nulla fosse per un’intera settimana, io (e tanti altri italiani residenti in Inghilterra) in casa mi ci sono chiusa volontariamente e ostinatamente. Ho firmato petizioni e insistito per lavorare da casa fino a diventare antipatica con i miei direttori. Sono sicura d’esser risultata sgradevole anche a quegli amici che mi hanno chiesto se potessero almeno venire a trovarmi a casa per un caffè, che da allora bombardo quotidianamente con modelli scientifici, testimonianze dall’Italia, e consigli Oms per ribadire che a casa devono starci anche loro.

Nostalgia dell’Italia

Sono guidata da una strana bussola interiore, la sofferenza italiana me la sento nel corpo e non ho mai desiderato trovarmi in Italia più di adesso. Fino a oggi, il 20 marzo, quasi 4.000 casi in Inghilterra e 2.000 solo a Londra, avrei potuto tranquillamente andare al ristorante, in palestra, dal parrucchiere. Una una mail dalla mia palestra mi invitava a continuare a frequentare: l’esercizio fa bene al sistema immunitario, specialmente durante una pandemia! Mi sento dissonante, rimossa, sospesa: i racconti che arrivano dall’Italia mi proiettano in un futuro prossimo e distopico, per gli inglesi ancora troppo astratto, straniero. E provo una gran nostalgia, perché dopo una giornata in isolamento anche io avrei bisogno di affacciarmi alla finestra e cantare a squarciagola insieme ai miei vicini. Invece i miei vicini sono fuori e io sono dentro, e mi sento claustrofobica su un’isola governata da priorità diverse dalle mie.

Effetto Brexit

Mi trovo poi a dover deglutire Brexit in un solo boccone: mi sarà presto negato l’accesso al continente? Verrebbe spontaneo attribuire l’inerzia inglese al cosiddetto stiff upper lip: la tendenza culturale a mantenere un contegno impassibile. Però temo che abbia più a che fare con i numeri del contagio, che rimangono relativamente bassi, e un governo che non vuole comunicare il rischio o non ci riesce. I tamponi, per ora, vengono condotti solo sui pazienti ricoverati, perché gli inglesi non hanno abbastanza test e non ne producono nemmeno. Il servizio sanitario nazionale, decimato per un decennio dal partito dello stesso Johnson in una spinta ideologica a tagliare e privatizzare, ha solo la metà dei letti in terapia intensiva rispetto all’Italia.

Suona la sveglia

Alcuni dottori suggeriscono sul Guardian che, di fronte a una sfida per cui il paese è completamente impreparato, è dal tilt del governo che sarebbe nata l’idea di adottare misure darwiniane come l’affidarsi all’immunità di gregge. Se anche il numero di contagiati pare salire lentamente, il numero di morti non mente ed è raddoppiato nelle ultime 24 ore: dunque finalmente chiuderanno pub, ristoranti, cinema, palestre, discoteche, istituzioni culturali, centri estetici e di ritrovo. Johnson ha detto che negli ultimi giorni la “scienza è cambiata”. Ma non c’erano già centinaia di scienziati a dire che avremmo potuto agire molto prima? Nonostante in parecchi definissero noi italiani ipocondriaci, allarmisti, esagerati, gran parte della popolazione inglese ci dava ragione e si infuriava quanto noi. Ieri una signora ultrasettantenne scriveva su Nextdoor, un social network che mette in contatto persone residenti nello stesso vicinato: «Il mio primo ministro dice che devo lavarmi le mani e buona fortuna? Sono io uno dei “cari”’ che presto qualcuno potrebbe perdere?». Gli inglesi non sono Boris Johnson.

Non generalizzare

A mezz’aria tra due paesi, mi pare di assistere sia a un rafforzamento delle identità nazionali, sia all’irrigidirsi di stereotipi e opposizioni noi-loro. Un personaggio televisivo inglese ha suggerito che gli italiani avrebbero usato il virus come scusa per farsi una lunga pennichella. Io stessa, che vivo qui da cinque anni, ho dovuto resistere alla tentazione di risolvere un intero popolo nella protervia di un primo ministro. Devo ricordarmi che gli inglesi sono individui, tanti e diversi. Su Nextdoor da giorni ricevo centinaia di notifiche. Ognuna di queste è una persona del mio quartiere che si è messa in isolamento anche senza sintomi ed è disponibile ad aiutare i nostri vicini più anziani e vulnerabili: facendo loro la spesa, portando fuori i loro cani, chiacchierando al telefono. Mi sono fatta quindi una promessa: la mia prigionia londinese sarà fatta di piccoli passi, buone intenzioni, e poche generalizzazioni.

 

© Riproduzione riservata

Photo credit: visuals

 

Published by silvialazzaris

Italian writer based in the UK.

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