La Via Segreta della Plastica

Inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera, inserto Innovazione, il 31.05.2019

Un anno e mezzo dopo l’introduzione del bando cinese sull’importazione dei rifiuti di plastica, è il caso di chiederci: la nostra plastica dove finisce (per davvero)? E chi ci guadagna a toglierla di mezzo? Le conseguenze del bando cinese sono state inequivocabilmente negative per l’Italia. Nel 2018, l’esportazione dei rifiuti in plastica italiana si è dimezzata – da 1,1 milioni a 500,000 tonnellate – come riporta Greenpeace in un recente rapporto. La produzione però è rimasta più o meno invariata, per un totale di 4,5 milioni di plastica. Di questi, 2 milioni sono imballaggi e i restanti 2,5 milioni sono rifiuti provenienti da attività industriale, riporta Valeria Frittelloni, ricercatrice all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

600,000 tonnellate sono un’eccedenza che non sappiamo come gestire, perché in Italia sia gli impianti di riciclo che termovalorizzazione hanno capacità molto ridotte. Molta plastica finisce direttamente nelle discariche che, stracolme di rifiuti, vanno a fuoco  – il Sole 24 Ore ha contati più di 100 incendi in impianti o discariche nel 2018.

Per continuare ad esportare in Oriente si è poi ricorsi a tattiche illegali piuttosto creative. “Si sono imboccate due strade” spiega Roberto Pennisi, Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, “una è quella degli incendi, l’altra è quella della cosiddetta triangolazione.” Con triangolazione s’intende passarsi i rifiuti tra paesi europei come una palla avvelenata, finché non raggiungono i porti di un paese dove i controlli doganali saranno più blandi. Un esempio in astratto: dall’Italia parte un carico di rifiuti che arriva in Austria, che lo manda a sua volta in Slovenia, da cui parte per la Malesia. Questo metodo funziona perché, finché le merci girano dentro ai confini europei, non sono sottoposte al controllo doganale. “Queste triangolazioni avvenivano già quando la Cina aveva i confini aperti, per bypassare i sistemi severi di controllo dei porti italiani” sottolinea Claudia Salvestrini, direttrice del consorzio obbligatorio Polieco, che aggiunge: “sui traffici illegali puoi conoscere i paesi e le tipologie dei rifiuti. Ma il dato corretto sulle quantità è sconosciuto.”

Altre volte, carichi di plastica non sono tracciati come rifiuti esportati per questioni linguistiche. “Il grosso delle esportazioni in Cina, centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti, dopo una pre-lavorazione uscivano dalla qualifica di ‘rifiuto’ e prendevano la qualifica di ‘materia prima e seconda” spiega Frittelloni “e quindi noi (Ispra, ndr) questi dati non li abbiamo.”

Dunque i numeri ufficiali (che talvolta si contraddicono) dicono poco. Di quel 70% dei rifiuti spediti in Europa l’anno scorso, non possiamo conoscere con certezza la destinazione finale. Così come, se anche i dati ufficiali dell’Eurostat 2018 riportano un 7.4% di esportazione diretta in Malesia, non possiamo sapere quanta plastica sia finita lì per vie indirette. La Malesia è diventata, lo scorso anno, il primo importatore mondiale di rifiuti di plastica, attraverso il porto di Klang. Dozzine di impianti di riciclaggio, molti dei quali senza una licenza operativa, sono stati aperti e subappaltati da agenzie di importazione. A fine 2018, però, il partito di opposizione ha vinto alle elezioni per la prima volta dal 1957 contro il partito storico Barisan Nasional. Il nuovo governo ha già chiuso circa 100 fabbriche illegali tra gennaio e marzo, annunciando che la Malesia non diventerà la nuova ‘pattumiera’ delle nazioni occidentali.

L’Indonesia, al contrario, è spinta dall’insicurezza finanziaria a capitalizzare su questa opportunità. Lo scorso novembre, il ministro dell’industria Airlangga Hartarto ha inviato una lettera al ministro dell’ambiente richiedendo che sollevino l’esistente (ma in gran parte non attuato) divieto di importazione della plastica. Bangun, in Est Java, sta già diventando la nuova Wen’an cinese: una città sommersa dai rifiuti di plastica, in cui la popolazione si spacca tra chi brucia plastica in giardino e tra chi, impotente, ne respira i fumi.

Le esportazioni illecite sono una questione di guadagno economico: ma chi sono i responsabili? “Imprese che si occupano della gestione dei rifiuti, che intervengono nel ciclo dei rifiuti,” dice Roberto Pennisi, “imprese di trattamento a loro volta collegate a imprese di trasporto, a meno che l’impresa di trattamento non sia in grado essa stessa di procedere al trasporto.” Occorre poi fare un’altra considerazione: i produttori di plastica sono responsabili della raccolta, recupero e riciclaggio dei propri prodotti, e devono garantire di raggiungere obiettivi internazionali di raccolta e riciclaggio. Per gestire il ciclo di vita del prodotto, si organizzano autonomamente, in consorzi privati oppure, per quanto riguarda gli imballaggi, in consorzi nazionali obbligatori. Una volta valutata la qualità dei rifiuti raccolti – ad esempio un carico in cui la plastica è mescolata ad altri scarti indifferenziati sarà di qualità inferiore ad un raccolto pulito – aziende private e consorzi si chiederanno: conviene riciclare, vendere in un altro paese, mandare in termovalorizzazione, o in discarica? Per le prime due opzioni si viene pagati, per le ultime due si paga. Il problema è che, come spiega Pennisi, “alcuni consorzi possono entrare in logiche commerciali e altri no.” In altre parole: c’è chi si limita a monitorare e chi invece possiede il rifiuto. Di fronte ad un raccolto di bassa qualità, alcune entità che possiedono i rifiuti potrebbero essere tentate di venderli all’estero (per vie più o meno legali) invece che pagare per termovalorizzazione o discarica – i cui prezzi, peraltro, stanno aumentando a causa della saturazione interna all’Europa. È stata infatti identificata un’insufficienza o addirittura assenza di controlli sull’attività dei principali attori dei sistemi di gestione dei rifiuti da una Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Attività Illecite connesse al ciclo dei rifiuti, presentata alla Camera dei Deputati a gennaio 2018.

Secondo Pennisi, una soluzione sta nella legislazione, che dovrebbe prevedere che i consorzi si limitino al controllo e non alla materiale gestione dei rifiuti. “Sarebbe sbagliato dire ‘ci penserà lo stato al controllo della gestione’, perché gli organi dello stato non sarebbero in condizioni di svolgere queste attività,” aggiunge Pennisi, “e aumenterebbero le possibilità di fenomeni illeciti ancor più gravi.” Salvestrini, poi, esorta a premiare la qualità piuttosto che la quantità del rifiuto. “Quantità significa facili guadagni,” dice Salvestrini, “si dovrebbero adottare politiche che premino aziende e comuni per le quantità di riciclo, non di raccolta.” Noi intanto potremmo iniziare a lavare i barattoli di yogurt prima di buttarli nel sacco giallo. E poi domandare più trasparenza, che è un nostro diritto.

© Riproduzione riservata

 

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