Una scuola analogica o digitale?

Inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera, inserto Innovazione, il 28/09/2018

Ne parliamo da tre anni. Classi digitali, scuola digitale, animatori digitali, tutto digitale. È il linguaggio della legge 107/2015 introdotta dal governo Renzi sotto l’ex Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. Una strategia di innovazione della scuola italiana, che ha visto aumentare gli investimenti all’istruzione di più di 3 miliardi. Ma dopo tre anni e un cambio di governo, a che punto siamo? E soprattutto: tutto questo digitale che vuol dire?

Ad oggi il Miur conta 8221 scuole in Italia. Di queste, circa il 72% ha introdotto reti Lan interne e l’80% ha realizzato i cosiddetti ambienti digitali – cioè introdotto attrezzature tecnologiche che favoriscano l’interazione creativa tra studenti e docenti. Il 77% delle scuole organizza iniziative di coding, il linguaggio dei computer. Almeno un professore per scuola ne sa qualcosa, prendendo il titolo di “animatore digitale”.

Alcune regioni, ad esempio Basilicata, Emilia Romagna, Friuli e Umbria hanno iniziato un percorso di collaborazione per condividere materiali didattici e raggiungere obiettivi insieme. Il caso dell’Abruzzo è piuttosto virtuoso, con il 4% dei fondi post-sismici devoluto a costruire due reti di scuole internazionali per il potenziamento del coding fin dalla scuola dell’infanzia. E quantomeno, l’Italia pare essere il paese più interessato a riconoscere le proprie lacune. Siamo infatti in testa con 201 istituti partecipanti (seguiti dalla Spagna con 125) a “Selfie-DigCompOrg”, un’iniziativa sviluppata dalla Commissione Europea che scatta alle scuole partecipanti un “selfie” di autoriflessione sul proprio stato di innovazione. Solo poco più della metà delle nostre scuole pare però avere un sito web o laboratori digitali per la didattica.

L’attuale ministro dell’istruzione Marco Bussetti parla di modificare il disegno di legge, per “renderlo veramente efficace e non un contenitore vuoto.” A dirla tutta ci si sente ben distanti da dieci anni fa, quando innovazione significava ancora introdurre la famosa lavagna interattiva in classe. Distanti anche dal 2012, quando un’indagine Ocse Pisa rivelò che il 15% degli studenti italiani era del tutto senza bussola nella navigazione online. E che più del 75% dei ragazzi, anche se competenti, non cercavano informazioni su Internet. Senza parlare del 2014, anno in cui il Regno Unito rendeva per la prima volta al mondo il coding obbligatorio a scuola, mentre noi ancora ci occupavamo del Wifi. E così, se i nostri studenti erano ancora “lost in navigation”, i bambini inglesi tornavano a casa parlando di algoritmi, debugging, e logica booleana. Oggi siamo ancora molto al di sotto delle medie europee, ma qualcosa è in moto. “Se parti dopo gli altri, è chiaro che impiegherai più tempo a recuperare il divario, ma l’importante è andare in questa direzione” sottolinea l’ex ministro Fedeli.

Ad ogni modo i problemi ci sono, e la difficoltà di valutare la situazione a livello nazionale è che la legge si presenta come indicazione lasciando ad ogni scuola autonomia di interpretazione. Ad esempio: ormai tutte le scuole sono connesse. Certe scuole però hanno installato una qualsiasi rete per spuntare la casella del Wifi. E però navigare su Internet senza banda larga, in centinaia di persone, è un po’ come remare da Venezia a Bari. Così come, stando ai dati nazionali, quasi 8 scuole su 10 si dedicherebbero al coding. La casella coding, a sua volta, si può smarcare anche solo organizzandone una sola ora. E allora c’è ancora molto da fare. “I primi anni di attuazione del piano sono serviti a gettare le basi. Ora dobbiamo accelerare” commenta il sottosegretario all’istruzione Salvatore Giuliano, aggiungendo che “dobbiamo imboccare con ancor più decisione la strada dell’innovazione.”

Decisione: ecco l’ingrediente essenziale di cui eravamo a corto. Il ritardo è risultato da una resistenza generale di fronte alla complessità del mondo della rete. “Alcuni pensano sia meglio proibire,” dice Fedeli “e invece no. Bisogna insegnare i pericoli, non proibire.” Lo scetticismo nasce da un timore comprensibile: che rendendo computer e telefonini persino materia scolastica, ci rassegneremo a lasciar andare per sempre i nostri figli alla forza di gravità tecnologica. Costretti a guardarli riluttanti mentre sul divano, a tavola, per strada, smettono di conversare e interagire. Inghiottiti per sempre nel buco nero dello schermo.

E però educare al digitale casomai previene questa conseguenza. Corregge gli errori di una generazione che lo ha accolto nelle proprie vite senza impermeabile. Trasforma consumatori passivi in utilizzatori coscienti. E cresce un popolo che in rete sa almeno prenotare un viaggio, cercare lavoro, distinguere informazioni autorevoli da quelle non documentate, fino ad avere competenze di base per imparare ad utilizzare software specifici per ogni lavoro. Le competenze digitali non riguardano solo chi nella vita vorrà fare il programmatore (che forse sarà l’operaio del futuro). Oggi saper parlare il linguaggio dei computer è cultura. Per quanto possa stridere alle orecchie di molti, è nata una nuova forma di analfabetismo.

La scuola può però educare solo a patto di non intendere il digitale come l’acquisizione di attrezzatura accantonata in classe. L’insegnamento deve sottoporsi ad una profonda trasformazione. “La scuola dovrebbe insegnare come si distinguono le bufale dalle informazioni vere” suggerisce la diciassettenne Valeria Cagnina, che a 11 anni ha costruito il suo primo robot. E a 15, dopo un’estate passata all’Mit di Boston, ha aperto insieme al ventiseienne Francesco Baldassarre una scuola in cui insegna a bambini e adulti la programmazione. Narrando di mondi fantastici, insegnano ai bambini come accendere gli occhi ad una rana pupazzo, o costruire un robot che vola. L’urgenza sentita da Valeria è quella di un mondo in cui l’informazione è sempre accessibile. In cui lo studio mnemonico perde valore rispetto all’individuazione di informazioni attendibili.

Per trasformare davvero la scuola, allora, dovremo eventualmente liberarci del termine “digitale.” Che non è più un’aggiunta al reale. È dissolto, impastato nella nostra esperienza del mondo. In questo modo, capiremo anche che non dobbiamo spostare tutto sulla tecnologia. Ad esempio, Fedeli raccomanda che “è importante avere biblioteche che sono anche cartacee. In biblioteca diventi curioso, perché un libro ti attrae per il titolo, uno per la copertina. Questo non succede se la biblioteca è solo digitale.” E allora la scuola digitale non dev’essere uno spazio distopico fatto di soli schermi e cuffie. Ma un luogo in cui libri e computer, fisico e virtuale, rigore e indipendenza finalmente coesistono senza negarsi a vicenda.

© Riproduzione riservata

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