Dopo un anno all’Imperial College

simone-hutsch-VGa0CWHSsso-unsplashPhoto credit: Simone Hutsch

Pubblicato sul Corriere della Sera, inserto Innovazione, il 25/05/2018

“Noi continueremo a ricordarci di voi, fate lo stesso” ha detto qualche settimana fa la rettrice dell’Imperial College Alice Gast, alla cerimonia con toghe banchetti e musica dal vivo di laurea del mio Master in Comunicazione Scientifica. “Specialmente quando diventerete ricchi” ha aggiunto ridendo. Se quel giorno poteva rappresentare una chiusura, mi è parso simboleggiasse piuttosto il sigillo di un’affiliazione che durerà per tutta una vita. L’Imperial, più che un’università in cui ci si sente un transitorio numero di matricola, ci chiama per nome e si preoccupa di trovarci un lavoro. Ancora prima di finire la tesi, attraverso l’Imperial ero dentro la BBC radio ad aiutare in redazione. E poi non si dimentica: ci chiede di ritornare, partecipare, stimolare dall’esterno. Ci lascia il dominio della loro mail, ci chiama già per organizzare un festival a novembre prossimo.

Sono andata a studiare in Inghilterra perché ero curiosa di scoprire se lì avrei trovato l’incontro tra scienza e filosofia che cercavo da tempo. L’Imperial ha accolto me e i miei compagni facendoci sentire speciali. La selezione è stata dura, non bastavano i requisiti accademici, le lettere di referenza e una lettera di presentazione convincente. Ho dovuto inviare due prove scritte, e poi presentarmi ad un colloquio. Non mi ero ancora sfilata la borsa dal braccio che la mia futura professoressa ha esordito sorridente con un “Ipotizza di essere su un’isola deserta…” Una volta dentro però mi sono resa conto che se da un lato è difficile uscire con il massimo dei voti, dall’altro ci si deve impegnare a fondo per essere bocciati. La “student satisfaction” conta perché fa salire le università nel ranking mondiale. E così i professori non trovano orgoglio nell’esser temuti. Anzi, intingono ogni critica nella glassa. Insieme ad alcuni compagni chiamavamo i commenti dei professori “il sandwich”: prima un commento positivo per prepararci, poi il commento negativo, poi un altro commento positivo per farci sentire meglio. Io arrivavo dal sistema italiano, dove un giorno mi ero vista lanciare il libretto dall’altra parte della classe. Tutta quella cura nel presentare le critiche era tanto sofisticata da parermi falsa. E così la prima cosa che dicevo a tutti i relatori dei miei essays, i saggi da scrivere al posto degli esami, era: per favore per favore criticatemi, che è così che miglioro.

E’ anche vero che, se l’università funziona come un business, invece che uno studente sei piuttosto un cliente – cioè hai sempre ragione. Le triennali pubbliche partono dai 6.000 pound all’anno, i Master dai 9.000, e un corso in finanza o business può raggiungere i 30.000 pound all’anno. Il prezzo dei corsi è basato sull’aspettativa di guadagno, e l’Università è una relatà elitaria. Chi non se lo può permettere può chiedere borse di studio o finanziamenti da ripagare negli anni a partire dal giorno dopo in cui finisce di studiare.

Più di tutto, sono grata all’Imperial di aver scoperto che studenti e professori possono essere individui che si rispettano a vicenda. I miei professori non pretendevano da dietro la cattedra che scrivessimo ogni parola che usciva dalla loro bocca. Piuttosto introducevano un tema di discussione e poi si piazzavano al centro della classe arbitrando i nostri dibattiti. Tutti i martedì andavamo a bere una birra al pub insieme all’ospite che teneva un seminario nel pomeriggio. Ma soprattutto, nessuno mi ha mai chiesto che cosa ci fosse scritto al Capitolo 25. A nessuno è mai importato quante ore passassi a studiare. Quel che contava era integrare le conoscenze per produrre qualcosa di personale e interessante. Il risultato è stato che questo sistema mi ha fatta sentire più sicura di me. Mi ha liberata della paralisi e del senso di insufficienza che provavo di fronte all’autorevolezza

Sempre di più durante l’anno però mi sentivo grata alla preparazione ampia che mi aveva fornito l’università italiana. I miei compagni inglesi avevano tutti gli strumenti per dibattere, ma appena si usciva dalla loro area di specializzazione, erano spacciati. Una volta imparato da loro il metodo, io potevo difendere i miei argomenti con vera e propria sostanza. Ero forte di tutto quello studio che mi aveva prescritto l’università italiana.

E allora se dovessi inventarmi l’università dei miei sogni, terrei l’accessibilità economica e il rigore del sistema italiano, e li accoppierei alla percezione inglese di studenti e professori come individui in una comunità.

© Riproduzione riservata

Published by silvialazzaris

Italian writer based in the UK.

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